Vivere in famiglia non è facile. Per fare in modo che questa convivenza sia piacevole e felice è necessario che si crei e mantenga un delicato e difficile equilibrio che viene continuamente minato dalla vita quotidiana e dai suoi imprevisti. Questa situazione si complica ulteriormente se la famiglia si trova in un contesto sociale e culturale completamente diverso da quello in cui è nata. Questo è solo un accenno al problema importante e faticoso che si trovano di fronte i genitori migranti quando arrivano in un nuovo Paese.
La famiglia come relazione
La famiglia può essere considerata uno degli elementi più importanti all’interno della struttura sociale in cui ciascun individuo è inserito, essendo essa stessa una “relazione sociale” (Donati, “Manuale di sociologia della famiglia”). Farne parte implica l’acquisizione di un ruolo che, in condizioni di adeguatezza, permette che il benessere e i bisogni di ciascuno vengano soddisfatti e che le risorse di ogni membro vengano coltivate nel modo migliore.
La genitorialità
La formazione del nucleo familiare attraversa varie fasi nel corso della sua evoluzione e il passaggio verso alcune di esse può essere considerato un vero e proprio compito evolutivo. Uno dei più importanti a cui far fronte avviene nel momento in cui due persone varcano la soglia verso quella che può essere considerata una delle esperienze più travolgenti dell’esistenza umana: diventare genitori.
La genitorialità può essere vissuta come un dono, ma anche come una scelta, talvolta come un diritto, che porta alla sperimentazione di sentimenti di gratitudine e di entusiasmo, ma anche a sfide che la coppia deve affrontare. È infatti necessaria la creazione di uno spazio mentale nel quale riorganizzare una nuova identità che possa contenere l’idea del proprio bambino. I “sé” da bilanciare in un sistema equilibrato diventano, infatti, tre: come individuo, come partner e come genitore (Cowan e Cowan, “Dall’alcova al nido”, 2010). Talvolta possono crearsi anche tensioni a seguito di una difficoltà iniziale, talvolta permanente, nel conservare in equilibrio queste tre differenti identità, in cui ciascun membro della coppia dovrebbe riuscire a identificarsi. Difficoltà che, di fatto, si trasformano per tutto il corso della vita, seguendo le tappe di sviluppo del proprio bambino, che mettono continuamente davanti a nuove sfide educative e a nuovi strumenti da individuare per potervi far fronte, dai primi inserimenti scolastici, al critico periodo dell’adolescenza, fino alle prime sperimentazioni come individui indipendenti nella prima età adulta.
Equilibri precari: la migrazione
Il cammino verso e dentro la genitorialità richiede continui adattamenti e continue nuove risorse a cui attingere per potersi mantenere in equilibrio.
Ma cosa può accadere se dentro a questo percorso “meravigliosamente tortuoso”, aggiungiamo una variabile fondamentale come la migrazione? Come vivono il percorso verso e dentro alla genitorialità le famiglie migranti, nei paesi cosiddetti ospitanti? La sfida potrebbe farsi ancora più ampia.
Si tratta spesso di famiglie con strutture complesse: ricongiunte, miste, con genitori single, o ricomposte dopo lunghe separazioni. Famiglie che percepiscono il contesto sociale nel quale arrivano in maniera contrastante: o come qualcosa di differente ed estraneo o come un luogo di totale risoluzione dei loro problemi, che hanno generato la spinta primaria ad intraprendere un viaggio migratorio dalla loro terra di origine (Vinciguerra, “Famiglie migranti”). Sono famiglie che appaiono generalmente accomunate dalla necessità di riorganizzare il proprio modo di stare insieme e di trovare un nuovo equilibrio interno, sperimentando spesso incomprensione ed ostilità verso i valori e le tradizioni tipiche della propria cultura di appartenenza.
Diversi approcci di maternità
Tale incomprensione può insorgere già durante il periodo della gravidanza e alla nascita del bambino. La diversità nell’approccio alla maternità e nei modi di allevare e curare i figli crea inevitabili distanze con il nuovo contesto di vita. La donna si trova in un ambiente che non conosce, dove ci regole implicite che non comprende. Si sente, inoltre, isolata per l’assenza della famiglia di origine e la protezione della propria rete parentale, tipica delle famiglie allargate da cui provengono. La mancata padronanza della lingua, inoltre, non le consente di esprimere i suoi bisogni, le sue paure, le sue emozioni. (Monti, 2008).
A questa fatica si aggiunge spesso il disagio abitativo ed economico, per l’assenza di alloggi adeguati, di opportunità lavorative continuative, con un sentimento di perenne precarietà. Questo emotivamente accentua frustrazioni e possibili vissuti ansiosi, che spesso vanno in contrasto con i sogni che hanno accompagnato il loro processo migratorio e il loro desiderio di essere genitori “migliori” per i propri figli, con maggiori risorse da poter offrire, in un paese considerato “migliore”.
Un contrasto culturale
La sfida genitoriale prosegue per tutto il corso della vita e può farsi più viva in alcuni passaggi di vita importanti per i propri figli. Un esempio di ciò lo troviamo nell’inserimento scolastico, che nel caso delle famiglie migranti si complica ulteriormente. Nella maggioranza di casi, i genitori non riescono a svolgere la funzione di guida che aiuti i figli a orientarsi nel mondo scolastico. Essi stessi, infatti, non padroneggiano il funzionamento della scuola e non hanno sufficienti competenze linguistiche.
Il bambino si trova spesso ad affrontare da solo il mondo della scuola e le relazioni con i compagni e gli insegnanti: deve imparare a passare dal mondo del paese ospitante, al proprio mondo familiare cercando di tenere insieme, in qualche modo, questi due universi culturali.
Alcuni bambini hanno le risorse per superare questa fatica e ce la fanno. Altri soffrono e reagiscono con comportamenti considerati alle volte disfunzionali rispetto ai contesti che frequentano.
I genitori, dal canto loro, investono in modo ambivalente sul successo scolastico dei figli: da un lato lo desiderano intensamente, attribuendo al successo del figlio il compito di coronare il loro progetto migratorio e di essere dei “buoni” genitori; dall’altro temono che la scuola e l’inserimento scolastico “rubi” letteralmente il loro figlio, allontanandolo dalla loro cultura di origine, rendendolo cittadino di un mondo che conoscono a mala pena.
Conclusione
Il passaggio alla genitorialità è senza dubbio un compito evolutivo importante. Essere genitori migranti in terra straniera, però, è un’avventura ancore più coraggiosa. È un passaggio che richiede alle persone un grande investimento di energie nell’elaborazione di un’esperienza doppiamente complessa.
Per questo, concludendo, potremmo chiederci: di quali spazi relazionali potrebbe aver bisogno una coppia per vivere al meglio questa accoglienza e accompagnamento della Vita? E ancor più, quali risorse potrebbero essere messe in atto in campo educativo per favorire la dimensione della famiglia migrante?